20 anni di O Thiasos TeatroNatura

Cenci, 28 giugno 2012

 

Carissima Sista,

care amiche di O thiasos,

anche se lavoro in campo educativo, lontano dall’arte, ogni volta che vedo o partecipo agli spettacoli di TeatroNatura mi sento vostro fratello di ricerca e dunque, poiché non riesco ad essere con voi in occasione di questo compleanno, mi fa piacere scrivervi due righe.

Ci sono ricordi, legati alla vostra ricerca, che sono istantanei e fotografici.

Scorci di paesaggi tutt’a un tratto aperti, come nei Canti di Leopardi quando Maria si leva da uno scoglio, nelle montagne dietro Città di Castello, o quando i colori dell’imbrunire – segno distintivo del vostro teatro – rivelano la loro inquietudine nei vostri corpi che scompaiono lentamente: Sista dentro la terra, nella paradossale ed iper realistica versione di ‘Giorni felici’ realizzata insieme ad Jairo, le tre donne sulle sedie a dondolo che si raccontano con le parole di Beckett al crepuscolo, Camilla-Narciso che cerca il suo doppio in acque caravaggesche che diventano sempre più buie…

Poi c’è il passeggiare veloce in un parco romano di alcune donne d’una sorta di setta poetica (quali forse voi siete), accompagnate da un uomo ossuto che sembra uscito da un racconto di Dostoewskij, e il Sole-Lucio, controluce, che appare su un trono di pietra, in un intreccio di corpi barocchi a maledire suo figlio. Prima, sempre nelle ‘Metamorfosi’, corpi polverosi come cinghiali si intrecciavano e disfavano e combattevano e si cercavano imitando, con altro tempo, l’edera lenta e sottile che cerca la luce posandosi e percorrendo i tronchi più alti e robusti. Poi ci sono le pie donne delle Scarpette Rosse in ‘Danzò Danzò’ nel greto del fiume, e la donna foca che il marito picchiava, e io non me ne sono mai accorto perché lo racconto diverso, e l’indimenticabile ‘Viaggio da Har a Tar’, con quel lettone di ferro nella cava di Chiappafreddo, momento di pura comicità, capace di irridere ogni buon senso, che è una cifra che Sista sa cogliere nei suoi stati di grazia.

Nello scorrere veloce della memoria il vostro mi sembra un unico ininterrotto spettacolo in cui, una volta entrato, non sono più uscito, perché TeatroNatura somiglia davvero ad un sogno di quelli che si fanno quando si cade stremati a terra, dopo avere corso e corso e ballato e ballato, come facevamo più giovani nello stanzone freddo di Volterra e poi al sole, con Rena…  Di colpo poi si cade a terra e si entra nel sonno profondo.

Ci provavamo in tutti i modi a cadere in quello stato. Ci è capitato durante le quattro notti di veglia in un’ improbabile messa in scena campestre del sogno di Shakespeare, in anni lontani, e un’altra volta, quella che ricordo meglio, al termine di una capanna sudatoria proposta da Nomad, uno sciamano indiano nero che Nora chiamò a Cenci. Allora caddi svenuto nella notte e, risvegliandomi, sudato, affannato e in difficoltà, mi sembrò di perdere la forza di gravità e di cadere all’insù.

Ecco, Sista, se c’è un tratto di TeatroNatura che mi sembra assolutamente da salvare, conservare e tenere ben stretto nei prossimi venti anni, sta in quel cadere verso l’alto, che a volte riuscite a provocare con il vostro teatro. In quel rovesciamento per cui il ramo è davvero un braccio e l’abbraccio di corpi e gli intrecci del bosco appartengono davvero e li sentiamo di una stessa sostanza, che non è la sostanza dei sogni (o non solo) perché davvero siamo fatti di frammenti di stelle e noi alberi e minerali e animali e umani siamo soli e spesso persi su questa terra…  E allora perché non avvicinarci, unirci, parlarci? Perché non scambiare almeno in gioco le nostre parti? Non è questo il gioco del teatro, che voi avete allargato alla natura?

Sokurov, un regista russo folle come sanno essere folli i russi, ha girato in una unica sequenza di 90 minuti, in trentacinque sale dell’Ermitage, la storia russa degli ultimi trecento anni con 850 attori, 13.000 costumi, tre orchestre e un balletto. Tutto in una unica sequenza, senza interruzioni e montaggi. Una mastodontica rappresentazione teatrale per un solo spettatore: la telecamera tenuta sulle spalle da un’operatore svizzero, che ha ripreso tutto nel più lungo pianosequenza della storia del cinema. Ecco, mi è tornata in mente questa esagerazione slava nel pensare al percorso poetico tuo, Sista, e delle tue molteplici compagne d’avventura, perché chi arriva come spettatore o attua come attrice nell’ultimo vostro spettacolo, partecipa e precipita inevitabilmente in una sequenza ininterrotta di paesaggi e corpi, che si inseguono e sovrappongono, perché sedimentati negli anni. E forse, tra qualche millennio, i resti fossili di qualche donnafoglia persasi in una delle vostre azioni, interrogheranno a lungo il malcapitato paleontologo, che dovrà interpretare quale strano ghiribizzo dell’evoluzione portò alcune donne a lasciare rare e strane tracce dei loro passaggi tra le rocce del nostro Appennino…

 Ci sono poi tante domande aperte sulle quali forse può essere interessante cominciare a discutere in questa occasione, perché questo vostro incontro non è solo la giusta celebrazione di un lungo percorso, ma anche un momento di ricerca.

La prima che mi viene è quella che ci rivolgeva sempre Nora: è possibile entrare nel sogno di un altro, di un’altra? E come?

Una memoria così radicata nel tempo (20 anni, 30 anni… forse più) quanto schiaccia e quanto apre negli altri quando si ricerca insieme?

Come opera la natura quando la portiamo attraverso le parole dentro a un teatro, dentro a una sala chiusa? Come può restare con noi? Come si trasforma?

I ritmi della natura colloquiano col ritmo del narrare? Se si, come? Cosa dice la natura all’attore che narra?

E il mito. Come opera il mito nel nostro tentativo di ascolto del cosmo? E’ una consolazione? E’ un modo in cui possiamo intendere la natura perché qualcuno ha osato tradurla nella nostra lingua umana? Perché interroghiamo il mito? Perché il mito ci interroga?

E la musica, il canto. Sono tramiti, aperture, o viaggiano su un piano parallelo rispetto a quello del cammino solitario silenzioso?

E di nuovo: consola la musica o ci porta in un alto mondo, o tutte e due le cose? E poi: cosa c’entra con la natura?

Ho l’impressione, da spettatore, che le strade della vostra narrazione orale con musica e quelle del TeatroNatura itinerante in questo momento divergano.

E allora mi domando: cosa le accomuna ancora? In cosa si scontrano? In cosa si influenzano, si alimentano reciprocamente e si contagiano?

Tra gli stage di formazione aperti e il lavoro di ricerca teatrale per uno spettacolo, quali sono le differenze nella qualità e quantità e metodo?

Dove più si trova e perché si fa quel che si fa?

Vi faccio queste domande perché sento che, anche se ricerchiamo in ambiti diversi, in qualche modo ci accomunano e, anche se è faticoso, dobbiamo continuare a non dare mai nulla per scontato.

Un vostro grande merito sta nel fatto che in questi anni avete creato, passo dopo passo, un pubblico che si fa domande. L’idea stessa di concepire spettacoli per spettatori residenti credo stia ad indicare che la strada per cercare certe risposte non può non prevedere una comunità che si interroga. Ma questa è la più difficile da mantenere viva.

 Auguri di cuore a tutte voi

con gratitudine vi mando l’abbraccio più forte

 Franco

 

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