«Certe volte – disse Arkady – mentre porto i ‘miei vecchi’ (aborigeni) in giro per il deserto, capita che si arrivi a una catena di dune e che d’improvviso tutti si mettano a cantare. “Che cosa state cantando?”, domando, e loro rispondono: “Un canto che fa venire fuori il paese, capo. Lo fa venire fuori più in fretta”». Gli aborigeni non credevano all’esistenza del paese finché non lo vedevano e non lo cantavano: allo stesso modo, nel Tempo del Sogno, il paese non era esistito finché gli Antenati non lo avevano cantato.
Bruce Chatwin

«Nello spettacolo Miti d’acqua quando Atteone vede Diana nuda e viene trasformato in cervo e sbranato dai suoi stessi cani, la comprensione iniziatica che il mito potrebbe supporre è questa: “Cane, cacciatore, cervo, foglia, luce , vento, corsa… altro non sono che parti di un essere più vasto, vivo, che tutte in sé le comprende; ognuna non è che la faccia nascosta dell’altra e la ferita inflitta ad una non può che risuonare in tutte le altre”».
L’arte non ha i vincoli della scienza e, grazie alla poesia, può riuscire ad avvicinare l’archeologia al cittadino, entrando direttamente nel suo cuore attraverso le storie e i miti classici, che sono alla base della nostra cultura e di cui continuamente parlano i reperti. Il mito ha un legame privilegiato con i sensi e l’impressione percettiva, e ne è una delle fonti ispirative più potenti. Nell’utopia concreta di O Thiasos TeatroNatura, il mito – sia pur nel rituale vivente del teatro – dialoga col vento, il mare, le colline, le rocce, le grotte, il bosco, in un universo in cui mondi paralleli, il vegetale, l’animale, il minerale, il divino e l’umano entrano l’uno nell’altro. Le metamorfosi narrate nei miti antichi pongono l’accento sul legame indissolubile che l’archetipo ha con la natura rendendo vivo il patrimonio mitologico in un contatto diretto con il pubblico.
O Thiasos realizza spettacoli nelle aree archeologiche in collaborazione con le sovraintendenze.