«… L’essere umano non esiste senza un contesto, senza il contatto con il suo ambiente; e se si cerca davvero di rompere quel muro che sta tra un uomo e un altro, e che è il muro di certe convenzioni o proiezioni del pensiero e di giudizio, bisogna affrontare il problema costituito dal fatto che si è nel grande mondo, dove si trovano alcuni fenomeni meritevoli di attenzione, come le stelle e come il sole, come l’erba, come il bosco, come il vento, e che in qualche modo bisogna ritrovare una specie di stato di familiarità con tutto ciò, una parentela. Sennò, di nuovo l’uomo si secca, anche nelle sue relazioni, incomincia a girare in tondo… Il nostro obiettivo è che l’essere umano possa arrivare a un certo punto in cui è allo stesso tempo uomo, con la propria coscienza in tutti i sensi di questa parola e come una forza della natura, cioè possa raggiungere una sorta di intensità e di evidenza, e una forza della natura connessa con altre forze della natura. Essere qualcosa di più di un essere addomesticato, educato… Io sento che nella nostra condizione umana noi siamo chiusi da due muri. C’è un muro dentro di noi che ci separa dalle nostre energie dimenticate, energie che applichiamo nella vita solo per una piccola parte del nostro potenziale… L’altro muro è invece davanti a noi, ed è il muro che ha ostruito i nostri organi percettivi…ora la chiave è questa: i due muri sono uno solo… esistono tecniche che sono allo stesso tempo drammatiche e ecologiche. Drammatiche nel senso che non sono contemplative, ma sono radicate in ciò che è dinamico, realizzato in azioni (questo vuol dire etimologicamente ‘drama’), e che perciò sono anche palpabili. D’altro canto sono talmente connesse alla percezione che si può dire che sono ecologiche, perché situano l’uomo di fronte alle forze della natura… dato che i muri sono uno, il drammatico e l’ecologico appartengono a una sorta di continuum… se si tratta di un solo muro e si vuole far breccia in esso, la breccia tocca allo stesso tempo il drammatico e l’ecologico». 

Jerzy Grotowski

 

«All’inizio la Casa laboratorio di Cenci ospitò diversi stage del Gruppo del corpo del Movimento di Cooperazione Educativa (MCE) e, nella primavera del 1982 avemmo la straordinaria possibilità di ospitare per tre mesi il regista polacco Jerzy Grotowski, straordinario innovatore del teatro contemporaneo. In seguito a quell’incontro formammo un gruppo di ricerca, guidato da Sista Bramini, che per diversi anni riprese alcune pratiche proposte dal Teatro delle Sorgenti, rielaborandole in una ricerca autonoma di azioni nella natura».

Franco Lorenzoni

 

«Nella Casa Laboratorio di Cenci, con Franco Lorenzoni e altri, feci il mio apprendistato intuitivo e di sperimentazioni pratiche su ciò che oggi forse chiamerei una possibile conversione ecologica dell’arte teatrale. Integravamo la ricerca di una relazione ecologica con la natura a una pratica educativa aperta al linguaggio artistico.Nel 1990, alla seconda edizione della ‘Fiera delle Utopie concrete’ ideata da Alex Langer, dedicata alla TERRA, ebbi la visione di un progetto teatrale nella natura, l’intuizione di una ricerca artistica alla quale dedicare la vita e di un’azione culturale necessaria. Interpretavo Giorni felici di Beckett, con la regia di Jairo Cuesta. Nel primo atto ero nella terra, quella vera, dalla cintola in giù, e nel secondo vi sprofondavo fino alla gola. Mentre così immersa aspettavo, sola, l’arrivo degli spettatori, ebbi la sensazione che in qualche modo anche gli alberi, gli uccelli, le colline, li aspettassero per comporre, finalmente, qualcosa insieme. Il teatro era entrato nel bosco, uscirne era come tornare indietro. Il pubblico coinvolto in questo ‘sfondamento’, recuperava la sua vocazione originaria di testimone in un contesto vivo che poteva trasformarlo».

«Era il 1992 quando Francesca Ferri, Maria Mazzei e io fondammo l’associazione culturale O Thiasos per poter partecipare al Festival di SantarcangeloAntonio Attisani, che dirigeva il festival, aveva sentito parlare del nostro lavoro nella natura. Con quattro personaggi femminili il nostro Aspettando Godot sondava l’universalità del dramma beckettiano. Era ambientato sotto a una quercia, dal tramonto al crepuscolo. Dal primo al secondo atto gli spettatori vi ruotavano attorno di 180 gradi, mentre il trascolorare della luce segnava il passare del tempo e l’avvicinamento all’oscurità della morte. Nelle cavalcate verso l’orizzonte di Madame Pozzo e Lucky lo spazio teatrale veniva aperto, spalancando lo sguardo dello spettatore in un campo lungo cinematografico».

Sista Bramini